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Le Rubriche: in Natura

NATURALMENTE...

Domani è troppo tardi
5 apr 2004

Dopo gli allarmi lanciati da importanti istituti scientifici, come il Woods Hole Oceanographic Institute, e dopo le indiscrezioni del rapporto del Pentagono sui devastanti effetti provocati dal riscaldamento della Terra, uno scienziato della Nasa (l’ente aeronautico e spaziale degli Stati Uniti) ha dichiarato che «i dati suggeriscono che i cambiamenti a cui assistiamo nell’Artico potranno condizionare le correnti che riscaldano l’emisfero Nord. In questo caso le persone coinvolte sarebbero davvero tante» (La Stampa, 8 marzo 2004, “Tra vent’anni una nuova glaciazione”).

I dati cui si riferisce lo scienziato della Nasa, sistematicamente forniti dal satellite “Aqua”, dimostrano che i ghiacci perenni si stanno sciogliendo ad un ritmo accelerato: mentre negli anni passati lo scioglimento avveniva «a un tasso del 9% a decennio, nell’ultimo periodo accelera ancora, a un ritmo tendenziale del 14%» (ibidem).

Lo scioglimento dei ghiacciai dell’Artico fa affluire acqua dolce nella Corrente del Golfo, diminuendone la densità e rallentandone la corsa verso il Nord, fino ad interrompere l’afflusso d’acqua calda dei mari tropicali alle coste dell’America settentrionale e al Nord Europa provocandone un brusco raffreddamento.

L’atteggiamento del governo Usa
Mentre ricercatori americani forniscono questi dati, il governo Usa è nettamente contrario ad assumersi le responsabilità che gli derivano dal fatto che gli Stati Uniti d’America contribuiscono per il 25% alle emissioni dei gas che provocano l’effetto serra: «L’atteggiamento della Casa Bianca nei confronti del riscaldamento globale è stato riassunto on line dal giornalista Mickey Kaus: “Non è vero! E non possiamo farci niente!”» (The Guardian, su Internazionale del 26 marzo 2004).

Quest’atteggiamento irresponsabile del governo americano esprime le pressioni delle industrie, che non vogliono aumentare i propri costi con l’installazione di impianti di depurazione, ma anche il sentimento della popolazione, che non è disposta a ridurre i propri sprechi: «Nel 2002, negli Stati Uniti il risparmio di carburante per le auto ha toccato il minimo storico degli ultimi 22 anni» (ibidem).

A causa di queste pressioni l’amministrazione Bush «è il primo governo della storia moderna ad aver sistematicamente respinto i sistemi di controllo e verifica imposti dalle politiche ambientali adottate una generazione fa dalle società occidentali» (ibidem). Gli Stati Uniti, infatti, non hanno mai aderito al Protocollo di Kyoto, raggiunto nel 1997 sotto l’egida delle Nazioni Unite, per ridurre le emissioni di gas serra. Anzi: «E’ di pochi giorni fa la decisione del presidente Bush di lanciare una proposta “alternativa” al Protocollo di Kyoto con un sistema di riduzioni autonome e incentivi fiscali per l’uso di energia pulita» (Rai news, 19 marzo 2004).

L’Unione Europea e i suoi piani nazionali
I paesi europei si erano impegnati ad applicare le riduzioni delle emissioni serra fin dalla firma del Protocollo di Kyoto. Ma in ogni paese erano sorte obiezioni e anche opposizioni agli impegni presi, il che determinò differenti politiche nazionali di riduzione delle emissioni: alcuni paesi furono più rispettosi degli accordi (Germania), altri meno (Italia).

Quando poi l’Unione Europea si preparava alla ratifica del Protocollo di Kyoto, ricominciarono le critiche e le obiezioni: «Gli Stati Uniti si sono tirati indietro già da tempo, la Russia ritarda la ratifica e adesso anche in Europa, si apre un fronte degli euroscettici» (La Stampa, 3 marzo 2004).

Comunque il 4 marzo di quest’anno, a Bruxelles, i ministri dell’ambiente dell’Unione Europea hanno ratificato il Protocollo di Kyoto impegnandosi a far elaborare dei piani d’attuazione nazionali entro il 31 dello stesso mese. Naturalmente, sono subito scattate le pressioni degli industriali: «Il gruppo siderurgico Thyssen-Krupp minaccia di congelare un importante investimento in Germania» (Le Monde, 23 marzo 2004).

Anche le associazioni degli industriali europei hanno espresso pubblicamente le loro perplessità, e Philippe de Buck, segretario generale dell’Unione delle Industrie Europee (Unice), ha dichiarato che l’Europa dovrà «valutare le conseguenze negative di un approccio unilaterale europeo» (ibidem). D’altro canto il ministero dell’ambiente dell’Unione Europea ha replicato che «Più presto noi agiremo, più presto si svilupperanno le tecnologie adeguate a contrastare il riscaldamento climatico e meno queste costeranno» (ibidem). Certamente i costi di queste tecnologie influiranno sulla concorrenza con gli Usa, la Russia e tutti gli altri paesi che non hanno aderito al Protocollo di Kyoto.

Quel che accade in Italia
Il ministro dell’ambiente italiano, Altero Matteoli, manifestò le sue perplessità prima ancora del voto di ratifica del Protocollo di Kyoto da parte dell’Unione Europea: «Se la Russia non dovesse firmare, tutto l’accordo dovrà essere ripensato perché per l’Europa sarebbe impossibile andare avanti da sola (esprimendo) timori concreti per il costo in termini economici e per i limitati vantaggi ambientali» (La Stampa, cit.).

Anche il rappresentante italiano di Greenpeace, Ascanio Vitale, si è dichiarato d’accordo col ministro italiano Matteoli: «Ha ragione a ricordare l’importanza dell’adesione russa al Protocollo di Kyoto. E’ auspicabile che il nostro Governo, che ha rapporti così stretti e cordiali con la Russia, sia in prima linea nell’azione di lobby nei confronti di Putin che evidentemente è stata finora troppo debole» (Ansa, 30 marzo 2004).

Ma dietro le ragioni politiche si nascondono le vere motivazioni delle perplessità italiane: il mancato rispetto della quota di riduzione di gas serra del 6,5% per la quale ci eravamo impegnati e addirittura la quota di riduzione del nostro paese, ha confessato candidamente Matteoli, è «quasi al 12% perché il livello delle emissioni è salito» (Rai news, cit.). In effetti, in Italia non è stato fatto quasi nulla per ridurre le emissioni quando addirittura non si è consapevolmente agito per aumentarle. Com’è avvenuto con la costruzione della nuova centrale elettrica di Vado, che funziona a carbone!

Dopodomani la catastrofe
In realtà, tutti i paesi dell’Unione Europea sono travagliati da conflitti interni tra le forze ecologiste e le lobby industriali che si oppongono alle riduzioni delle emissioni: «In Germania dove le emissioni dovranno essere ridotte del 21%, il piano ha provocato un’opposizione feroce tra il ministro dell’ecologia Jurgen Trittin, e quello dell’economia, il socialdemocratico Wolfgang Clement, più vicino all’industria pesante: i due uomini non sono d’accordo sulle quote da accordare alle industrie più inquinanti» (Le Monde, cit.).

Entro la fine del mese di marzo di quest’anno, in effetti, i paesi dell’Ue dovevano presentare un “piano nazionale di allocazione” delle emissioni, ma le lotte interne, le inefficienze o il disinteresse dei governi hanno prodotto modesti risultati. In pratica, solo tre paesi europei hanno presentato il loro piano: la Finlandia, la Germania e l’Austria. Ma quest’ultima «ha infine permesso all’industria di aumentare dell’8% le emissioni di gas di serra rispetto al periodo 1998-2000: il governo lo ha definito “un ragionevole compromesso” tra le esigenze ambientali e l’esigenza dell’industria di non aggravare i costi; Greenpeace lo ha definito una “licenza di distruggere il clima”» (Il Manifesto, 1 aprile, 2004).

In effetti il clima terrestre è già stato distrutto da tempo: alluvioni e siccità, a livelli sempre più intensi, si alternano da anni e la “canicola” estiva dell’anno scorso è stato l’ultimo campanello di allarme. Il catastrofico effetto dello scioglimento dei ghiacci dell’Artico e l’interruzione della Corrente del Golfo trasformeranno l’Inghilterra in “una nuova Siberia” e dagli altri paesi del Nord Europa fuggiranno masse di popolazione verso climi più caldi a Sud. Lo scioglimento dei ghiacci polari comporterà un innalzamento del livello dei mari, con la sparizione di città costiere come New York, l’Aja o Venezia, e anche l’allagamento d’interi paesi come il Bangladesh.

Tutto questo potrà, forse, essere evitato ad una sola condizione: che si fermi lo sviluppo globale e si ridistribuiscano le ricchezze esistenti. Ma il discorso dello sviluppo ha ormai contagiato tutti, dagli economisti agli ecologisti che parlano di “sviluppo compatibile”. Ormai, solo una politica mondiale della “decrescita” può salvare la Terra.

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