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Everest, un progetto contro i danni del turismo
16 mar 2004
Torino Ogni anno in Nepal arrivano almeno 500.000 turisti, 70.000 dei quali si cimentano con il trekking dalta quota sullEverest. Un numero elevato, che a cinquantanni dalla prima scalata - attesta la crescita esponenziale dei viaggi in questaffascinante area del mondo. A spegnere gli entusiasmi, però, sono gli effetti dellimpatto che il turismo occidentale ha sui delicati equilibri ambientali di una zona come il parco Sagarmatha e lo stesso monte Everest.
Tali effetti hanno esortato a creare il progetto Everest: una medicina contro i danni del turismo, nato e attuato grazie alla cooperazione internazionale del Dipartimento di Scienze Merceologiche dellUniversità di Torino e del comitato Ev-K2-CNR.
Recentemente, durante una prima ricognizione in Nepal, nella Piramide italo-nepalese a 5050 metri sul tetto del mondo, il capo-missione del progetto Riccardo Beltramo ha comunicato via telefono satellitare la diagnosi: «lEverest ha la febbre, dobbiamo combattere perché non si prenda la polmonite».
Proprio per evitare le complicazioni della malattia portata dal turismo, la missione italiana sta studiando, con le popolazioni locali, nuovi strumenti di gestione ambientale. «E il momento di intervenire», spiega il professor Beltramo. «Siamo in Nepal per comprendere, attraverso la ricerca di contatti continui con le popolazioni locali, su quali elementi si possa intervenire per accrescere la consapevolezza ambientale di chi, travolto dalla massa di turisti ed ubriacato dai pochi dollari che cadono dalle loro tasche, non sa quanto gravi siano gli impatti ambientali e la non gestione degli stessi, e manca di strumenti organizzativi. In relazione a questultimo aspetto, proviamo ad adattare il nostro Sistema di Gestione Ambientale ISO14001. Sarà emozionante vedere un Manuale di gestione ambientale scritto in Nepalese!».
I mezzi che attualmente i ricercatori torinesi stanno mettendo a disposizione dei nepalesi sono quelli forniti dallesperienza. Unesperienza maturata dal 1997, con la prima ricerca europea sul Sistema di Gestione Ambientale del Rifugio Regina Margherita sul Monte Rosa (la struttura ricettiva per alpinisti più alta dEuropa), e con lazione su 20 rifugi della Valle dAosta.
«Stiamo testando la nostra metodologia, progettandola e condividendola con chi dovrà applicarla», aggiunge il professore. «Lapplicazione passa attraverso la comprensione del significato. In definitiva, si tratta di un incontro tra culture in cui non vi sono dominatori e dominati, ma vera e propria cooperazione internazionale».
Ma come stanno le montagne a noi più vicine? Difficile delineare un quadro generale. Dal Dipartimento di Scienze Merceologiche dellUniversità di Torino giungono notizie confortanti: nel 2003, dopo unaccurata visita, il rifugio Walter Bonatti, situato a 2025 metri in Val Ferret, e quello del CAI Regina Margherita, a 4552 metri nel cuore del Monte Rosa, hanno ottenuto il mantenimento della certificazione UNI EN ISO 14001, rilasciata da CertiQuality di Milano. Qui, almeno per ora, la febbre è assente.
Per saperne di più:
Info: Dipartimento di Scienze Merceologiche Università di Torino
Elena Pandolfi tel. 011-6706265 o 011-6706271
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