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Le Rubriche: in Cultura

L'ARTE & IL SAPERE

Artemisia Gentileschi e un “fattaccio” antico, ma ancora attuale
25 gennaio 2010

Roma - Non vi sarà alcuna notizia, forse, per l’anniversario molto particolare di un “fattaccio” antico di quattrocento anni, ma purtroppo ancora attualissimo per il suo argomento.

E’ un inquietante episodio di stupro, seguito dal silenzio pieno di vergogna della vittima e dai suoi tentativi di ribellione soffocati dalla situazione torbida innescata dalla violenza stessa. Infine il ritrovato coraggio, la rottura dell’argine della vergogna, dello schema sociale del silenzio e quindi il completo riscatto.

Questa la difficile storia di Artemisia Gentileschi che, unica tra le donne del suo tempo, «esercitava l’arte della pittura» nella turbolenta Roma del diciassettesimo secolo. Al suo nome è legato il primo processo per stupro intentato vittoriosamente contro l’uomo che le aveva strappato l’onore e la dignità costringendola a subire, con menzogne “riparatorie”, violenze continuate e di ogni natura.

Negli anni Settanta del secolo scorso la pittrice seicentesca fu simbolo rivendicato della lotta delle donne che chiedevano con forza, nelle piazze gremite da migliaia di “gonne a fiori”, la cancellazione della vergognosa definizione dello stupro sopravvissuta, nel codice penale, alla impostazione giuridica fascista che cancellava - in un reato orribilmente personale - la vittima stessa della violenta sopraffazione sessuale.

La giovane Artemisia era stata iniziata prestissimo alla pittura dal padre Orazio, artista molto noto nei primi anni del 1600, protetto da Monsignor Pietro Aldobrandini, il prelato più potente dopo il Papa, toscano come lui.

La ragazza aveva un indubbio talento, unito all’ambizione e ad un temperamento tenace. Ma era donna, ossia aperta alle dinamiche ed alle aspettative dei sentimenti, e purtroppo per lei era anche bellissima. Alta, prosperosa, con «un che di interrogativo nello sguardo acceso», i capelli, sciolti sulle spalle, del raro colore biondo delle donne di Pisa, la carnagione radiosa. Sembrava, insomma, un inno alla giovinezza ed all’amore.

Nella Roma di Clemente VIII
Nella Roma del papa Clemente VIII la popolazione cittadina non arrivava a centomila abitanti, in maggioranza uomini, armati e pieni di intenzioni bellicose, certo non teneri verso le donne. La corruzione dilagava. Nonostante il coprifuoco imposto dal Papa, le mille cortigiane romane uscivano dai loro quartieri per portarsi nei palazzi patrizi a svolgere il mestiere in feste ricchissime dal sapore di orgia.

La criminalità, intensissima, aveva vita facile anche grazie alle numerose zone franche, ai luoghi “intoccabili” raggiungibili, tuttavia, con facilità estrema. Non era possibile, infatti, arrestare i criminali - colpevoli di omicidi, rapine e stupri - nelle chiese, che erano ben oltre quattrocento. Né si poteva farlo negli ospedali, negli ospizi, nei monasteri e nei palazzi nobiliari. Ai “birri”, quindi, non restava che cogliere i colpevoli in flagrante. Dovevano, quindi essere rapidissimi negli spostamenti da un punto all’altro della città. La divisa, consistente in un tabarro nero, li rendeva invisibili nelle pericolosissime notti romane.

Artemisia Gentileschi (Roma, 8 luglio 1593 - Napoli, 1653) e suo padre vivevano e facevano “arte” in questo contesto. Nonostante la presenza continua della figlia giovanissima, per di più orfana della madre, nella sua bottega di pittore Orazio Gentileschi si circondava di compagnie maschili piuttosto equivoche e poco selezionate, convinto di «tenere saldamente in pugno» la virtù della ragazza che, al contrario, sessualmente esuberante, invocava, inutilmente, che la si maritasse al più presto, anche per sfuggire alla tirannia paterna.

Agostino Tassi era l’amico più stretto di Orazio. Anche lui pittore, aveva un passato pesante alle spalle. Reati gravissimi - di omicidio, d’incesto e di stupro - lo avevano condotto in carcere per qualche anno prima della grazia datagli dal Papa. La violenza carnale anche sulla giovane figlia dell’amico era nel suo naturale programma.

La violenza in un piovoso giorno di maggio
Il mese, maggio 1611: un giorno di pioggia. Agostino entra in casa Gentileschi dalla porta, che i muratori hanno lasciato aperta dopo i lavori di tinteggiatura appena eseguiti. Artemisia è intenta a dipingere in compagnia di una vicina di casa.

L’uomo ha intenzioni precise. Manda via d’imperio l’altra donna minacciandola, e invita la giovane Artemisia a lasciare lo sgabello sul quale è seduta e il quadro che sta dipingendo per “sgranchirsi le gambe” camminando anche soltanto in casa. Dopo pochi passi, intimorita dalle pressioni fisiche dell’uomo e dall’atmosfera torbida che si è creata, Artemisia dice ci sentirsi male e di avere la febbre. La risposta di Agostino è lampante:

E’ l’inizio della violenza. La ragazza viene spinta in camera da letto, la porta chiusa a chiave. Dopo una resistenza disperata, è sopraffatta. Subito dopo lo stupro Agostino promette alla sua vittima il “matrimonio riparatore”. A patto del silenzio sull’accaduto, però, e ben sapendo che se non lo avesse denunciato subito Artemisia non avrebbe più potuto parlarne al padre.

Il processo, il primo che si conclude con la condanna dello stupratore
Il gioco gli riesce in pieno. La vergogna costringe la ragazza al silenzio, il senso della propria colpa a mantenere il segreto. E c’è, in fondo, la speranza del matrimonio “riparatore”. Una giovane donna che avesse perduto la verginità, non importava in che modo, era allora socialmente “finita”. Costume duro a morire, mantenuto a lungo, fino oltre la soglia dei nostri giorni.

Dopo qualche tempo, la scoperta che Agostino ha già una moglie ed è amante incestuoso della cognata. Finalmente Artemisia esce allo scoperto e denuncia la violenza subita. Viene interrogata più volte, le è applicata la tortura dello schiacciamento dei pollici. Lei non arretra. E’ ormai la Giuditta di un suo stesso stupendo dipinto, colta nell’atto di tagliare la testa al violentatore Oloferne.

Dal processo per stupro, scandaloso per l’epoca, la vittima esce vittoriosa. La partita in tribunale si conclude con la condanna di Agostino Tassi, che potrà scegliere tra il bando da Roma o cinque anni nelle galere pontificie. Una condanna benevola, ma una condanna. Ed è la prima volta che accade. Quattro secoli fa.

Qualche nota bibliografica

Fra numerosi libri dedicati ad A. Gentileschi va ricordato anzitutto lo storico e bellissimo “Artemisia” (ed. Mondadori) di Anna Banti. Pubblicato nel 1947, è «un libro singolare» e - come scrisse decenni dopo Attilio Bertolucci - «il tempo non ha minimamente danneggiato la sua alta qualità stilistica, indebolito la sua carica morale».

In sostanza si tratta, sempre per usare le parole di Bertolucci, del «ritratto un po’ immaginario, eppure ferreamente documentato, d’una persona il cui passaggio sulla terra sarebbe stato altrimenti segnato soltanto, in nota, nei manuali di storia dell’arte, e il cui destino meritava invece d’essere conosciuto, e ricordato, come esemplare».

Soprattutto perché Artemisia fu «una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i sessi » (A. Banti).

Semplicemente “Artemisia” (ed. Mondadori) è anche il titolo di un libro di Alexandra Lapierre. E’ un romanzo tra lo storico e il biografico, magistralmente orchestrato, che «soprattutto narra l’avventura di una delle prime pittrici della storia: una donna che infranse tutte le norme per conquistare la gloria e la libertà».

Alla fine del volume si trovano anche la storia delle ricerche dell’autrice (durate cinque anni), l’elenco delle fonti su cui si è basata, una breve descrizione dei personaggi principali. A circa metà del libro, invece, ci sono le riproduzioni dei dipinti ai quali si fa riferimento nel racconto.

Segnaliamo ancora per esempio “La passione di Artemisia”, dell’americana Susan Vreeland (ed. Neri Pozza): «un romanzo storico, una biografia della pittrice Artemisia Gentileschi, un percorso nell'arte del Seicento, una ricostruzione della vita quotidiana nelle più belle città italiane al declinare della grande stagione rinascimentale».

Questo, e molto altro, in un romanzo dalle cui pagine vive esce l’affresco notevole di «una donna dalla vita sicuramente straordinaria, con un'esaltazione tutta contemporanea per scelte femminili che antepongono la passione per il proprio lavoro alle relazioni d’affetto, all’amore».

La Artemisia di Susan Vreeland, in breve, è «una donna ormai fuori dai paradigmi romantici dell'opposizione mente/cuore, è una donna in cui il profondo legame con il padre si intreccia con la cura del proprio talento in un movimento a spirale che si attesta su piani sempre più profondi, o alti, di scoperta dell’altro dentro di sé e di sé nell'altro».

In ultimo, ma non per importanza, menzioniamo un testo più strettamente attinente al tema trattato nell’articolo: “Atti di un processo per stupro”, a cura di Eva Menzio, pubblicato anni fa dalle Edizioni delle Donne.

Sono proprio gli atti del processo intentato contro Agostino Tassi (letti attentamente da Anna Banti per la stesura del suo bellissimo romanzo citato più sopra), accompagnati da un’ampia e ragionata biografia stilata dalla stessa Menzio e da un saggio critico di Roland Barthes su “Giuditta e Oloforne” (una delle più celebri e significative opere di Artemisia Gentileschi).
R. R.

Per saperne di più:

Biografia ed opere (in inglese):
http://www.artemisia-gentileschi.com/index.shtml

Una interessante galleria di opere:

Su DW Press, l’articolo «Artemisia e lo scatto drammatico della pittura» di Paolo Mastroianni ottobre 1997): http://www.mclink.it/n/dwpress/donnarte/10_97/donnarte.htm

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