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L'ARTE & IL SAPERE

Cangrande I della Scala, a Verona un giallo medievale
8 dic 2004

Verona — Morti oscure, malattie più che sospette, intrighi e veleni… Fin dai tempi più remoti, la storia dell’uomo si è macchiata di “giallo”, e in alcuni casi nemmeno l’eccelsa creatività dei più illustri romanzieri avrebbe potuto creare trame tanto intricate e ricche di colpi di scena. Studiosi di fama mondiale sono ancor oggi al lavoro per svelare i misteri che si celano dietro le morti di personaggi illustri, da Tutankamen a Napoleone Bonaparte.

Un thriller tutto italiano riguarda Cangrande I della Scala, il signore di Verona deceduto improvvisamente a Treviso nel luglio 1329, poco dopo aver completato la conquista della Marca Trevigiana. Molto recentemente è stato soggetto di un’intensa giornata di studi, ed è tuttora il protagonista assoluto di un’interessante mostra al veronese Museo di Castelvecchio (Corso Castelvecchio 2).

L’esposizione su “Cangrande I della Scala: la morte e il corredo di un principe nel medioevo europeo”, visitabile fino al 23 gennaio 2005, ha l’obiettivo di ricostruire la biografia dell’uomo noto soprattutto per i suoi rapporti con Dante Alighieri e per essere “ritratto” nella statua equestre più conosciuta di Verona.

La mostra è una sorta di compendio di un progetto relativo proprio all’oscura morte di questo personaggio. Nel febbraio di quest’anno, infatti, nel recinto cimiteriale noto come Arche Scaligere presso la chiesa di S. Maria Antica, è stata aperta l’arca funebre che contiene la sua mummia.

Le indagini sull’oscura morte di Cangrande
Già nel 1921 dal sepolcro erano stati prelevati preziosi tessuti, ma questa nuova ricognizione è stata effettuata con lo scopo di rispondere a tutta una serie di interrogativi che studiosi di diverse discipline si erano venuti ponendo nel frattempo.

Domande come queste: quando era stato collocato nella splendida arca, sormontata dalla statua equestre, il cadavere del signore? secondo quale cerimoniale furono utilizzati gli straordinari tessuti di seta e d’oro, di provenienza orientale, ritrovati nell’arca ottant’anni or sono (e altrettanti ne sono stati ritrovati quest’anno)? E ancora, le fonti storiche lasciavano qualche dubbio sulle cause della morte di Cangrande: si trattò di cause accidentali, oppure la morte fu provocata ad arte?

Si volevano inoltre acquisire dati antropometrici e ricostruire le fattezze del signore, per confrontarle con l’immagine sorridente della statua equestre. E si è deciso di svolgere una serie di analisi fisiche e mediche, adottando le più moderne tecnologie.

Le ricerche, svolte sotto la guida dei curatori della mostra (Paola Marini, Ettore Napione, Gian Maria Varanini), hanno coinvolto prestigiosi studiosi di paleopatologia e medicina forense delle Università di Pisa e Verona. I risultati sono sorprendenti, anche se non esaustivi.

Innanzitutto, i confronti e gli studi sulle stoffe e sui rituali funebri hanno mostrato l’enorme importanza nella civiltà medievale (“civiltà dell’immagine” non meno, e forse più, dell’attuale) di eventi anche mediatici come quelli dei funerali dei principi. Inoltre, grazie alle sofisticate tecniche della moderna scienza forense, si è giunti ad importanti scoperte: si è ricostruito il volto di Cangrande della Scala, si è accertato che è morto a 38 anni e che soffriva di una grave forma di cirrosi d’origine virale.

Tutta colpa della digitale?
Ma soprattutto è emerso che la causa diretta della morte del signore è stata l’assunzione di una sostanza derivata da una pianta nota come digitale, ritrovata in notevole quantità nel fegato e nelle feci. Ricordiamo che i principi attivi della digitale sono usati ancor oggi in medicina come stimolatori della funzione cardiaca, ma possono rappresentare anche potenti veleni.

«L’accertamento di questo dato apre tutta una serie d’interrogativi, sui quali stiamo ancora lavorando», spiegano i curatori della mostra. «Da un lato, la presenza dei principi attivi della digitale nel corpo di Cangrande ha portato a ridiscutere le poche notizie storiche che possediamo sulla sua morte. Sappiamo con certezza soltanto che un suo medico fu impiccato l’anno successivo, e poco più.

Ma si trattò di un avvelenamento voluto (un fatto tutt’altro che raro nella storia politica dell’Occidente medievale e moderno), oppure di una terapia sbagliata nel dosaggio, usando in modo errato, forse nella concitazione del momento, una sostanza conosciuta poco e male? Impossibile dirlo, per ora. Non sappiamo se le ricerche porteranno sotto questo profilo a risultati decisivi. Poco importa, del resto. L’importante è porsi delle domande. La ricerca è sempre aperta».

A chi è attratto dal fascino del mistero e dall’altrettanto intrigante mondo medievale, non resta che visitare la mostra e ammirare gli straordinari tessuti provenienti dalla tomba, ma anche quelli di altri principi coevi; il prezioso corredo sepolcrale di Re Rodolfo I di Boemia che fu rivestito con stoffe di simile fattura in analoga foggia; i manoscritti e le testimonianze della fortuna di Cangrande nel tempo.

Per saperne di più:
Info: tel. 045-8062611

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