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Le Rubriche: in Cultura

L'ARTE & IL SAPERE

On the road again con Franco Fontana
22 apr 2003

Torino — Dopo un paio di decenni, un gruppo di amici torna negli States per ripercorrere la mitica “US Route 66” che in gioventù li aveva visti attraversare l’America profonda di Steinbeck e di Kerouac nell’atmosfera hippy della poesia di Allen Ginzberg. E’ il 2001 e della brigata fa parte Franco Fontana, uno fra i più famosi fotografi italiani, che dal viaggio riporta un bel po’ di “scatti”.

Sono nate così anche le 152 belle immagini a colori comprese in Route 66, rassegna che - dopo la riuscitissima “prima” avvenuta l’estate scorsa a Reggio Emilia (Palazzo Magnani, 30 giugno — 4 agosto 2002) — è approdata a Torino dove è allestita fino al 15 giugno nelle sale della Fondazione Italiana per la Fotografia (via Avogadro 4).

Gli Usa “da costa a costa”

La US Route 66 è la lunga strada americana del coast to coast, che appunto va “da costa a costa” dall’Illinois alla California: circa 4.000 km che uniscono Chicago (punto di partenza in Adams Street) a Los Angeles (punto di arrivo all’incrocio del Santa Monica Boulevard con Ocean Avenue), attraversando otto stati e tre fusi orari.

Fu inaugurata nei ruggenti anni ‘20 del secolo scorso (per la precisione: era il 1926, ed era l’epoca delle prime Ford utilitarie) per dotare gli Usa di una rete stradale capace di soddisfare il crescente traffico automobilistico e il forte sviluppo dell’economia, particolarmente nell'Ovest. Poi, negli anni ’70, la nuova rete di larghe highway (a quattro e perfino ad otto corsie) ha permesso di evitare i centri urbani ed effettuare collegamenti più rapidi.

In meno di un decennio ciò ha determinato la scomparsa di tutto quel mondo di motel, ristoranti, pompe di benzina e persone la cui fortuna dipendeva dalla Mother Road (così la ribattezzò John Steinbeck). Nel 1994, infine, la “66” è passata sotto la protezione dell’amministrazione federale dei parchi. E’ la sola strada al mondo ad aver ottenuto (1985) lo status di “monumento nazionale”, per il suo essere una sorta di museo a cielo aperto, ed è anche il parco più lungo (2.248 miglia) mai istituito.

Simbolo di un sogno, emblema del senso di libertà e custode di tante speranze, illusioni ed emozioni di chi un tempo ha intrapreso il lungo viaggio da est ad ovest in queste regioni d’America, la “66” è stata una quasi incredibile “macchina di miti”. Alla fine degli anni 30 è citata da John Steinbeck nel suo romanzo più famoso, “Furore”. Più tardi, dai “favolosi anni Sessanta”, ha offerto ad una generazione l’occasione di celebrare - nei libri, e non solo - la vita on the road (parliamo della “Beat Generation” e di scrittori come Lawrence Ferlinghetti e Jack Kerouac, autore dell’autobiografico “On the road” pubblicato nel 1957 e destinato a diventare libro di culto e manifesto di un’epoca).

La “madre di tutte strade” ha ispirato anche grande cinema (da John Ford a Win Wenders) e parecchie celebri canzoni di Rolling Stones (nel loro primo album, anno 1964, le hanno dedicato “On Route sixty-six”), Woody Guthrie, Nat King Cole, Animals, Depeche Mode ed altri.

Quella di Fontana è una mostra intrigante, la cui chiave di lettura potrebbe essere rintracciata in una frase di Michele Smargiassi: «Tutte le strade, in fondo, appartengono più al viaggiatore che le percorre che al luogo geografico che attraversano». Le opere inanellate lungo l’itinerario espositivo, infatti, dimostrano che «percorrere quel nastro d’asfalto ormai fuori corso non è affatto, come potrebbe apparire, un viaggio nel passato».

E’, invece, un viaggio nel futuro. E’ vedere noi stessi, la nostra storia e la nostra civiltà, come forse la vedranno gli archeologi fra mille anni. Con la sua stupefacente carrellata su una strada diventata leggenda, Fontana ci rende testimoni di uno straordinario «reportage di “architettura veicolare”, un capitolo a sé nella storia dell’architettura, al servizio del movimento anziché della statica e già oggetto d’affettuosa rivalutazione soprattutto negli Stati Uniti».

Da qui deriva l’assenza, quasi totale, della figura umana dalle pur numerose immagini colte dall’obiettivo. La storia dell’uomo, tuttavia, non è scomparsa. Al contrario, nelle perfette inquadrature di un maestro della fotografia e del colore riaffiorano sogni-speranze-illusioni e il passato può esser facilmente rintracciato: trasuda dalle pompe di benzina in disuso, dai resti di automobili, dalle strade ormai deserte, dalle case fatiscenti, dai motel e autogrill abbandonati, dai tavolini arrugginiti e dagli sbreccati distributori automatici di coca cola, dalle insegne al neon e dai segni sull’asfalto, dalle ferite inferte al paesaggio...

E l’occhio attento di Fontana, la sua capacità di «comporre le immagini e lavorare sul paesaggio seguendo linee e geometrie quasi astratte sostenute dalla compattezza e dal contrasto del colore», affermano anche in questo recente lavoro un valore artistico che colloca il fotografo modenese fra i più grandi a livello internazionale.

Franco Fontana è considerato dalla critica fra i maestri della fotografia del dopoguerra. Ha pubblicato oltre 40 libri e le sue opere fanno parte delle collezioni dei più importanti musei del mondo (fra i quali Victoria & Albert Museum, Londra; MOMA, New York; Ludwig Museum, Colonia; Musée d’Art Moderne, Parigi; The Australian National Gallery, Melbourne; Stedeljik Museum, Amsterdam; Metropolitan Museum, Tokyo). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi, ha firmato moltissime campagne pubblicitarie e collabora con importanti periodici italiani ed europei.

Per saperne di più:
Info: tel. 011-544132

La mostra è accompagnata da un catalogo, edito da Skira per l’esposizione di Reggio Emilia, in vendita a 30 euro. Fra il resto comprende interventi di Franco Vaccari e Michele Smargiassi, e il racconto “The road” di Valerio. M. Manfredi.

«Strano essere lì, mi dicevo. A inseguire una generazione che non era la mia, scorrendo On the road” come una mappa del cuore». Parole di Cesare Fiumi, dal suo libro La strada è di tutti. On the road, sulle piste di Jack Kerouac e di altri che hanno «cambiato il modo di pensare e di vivere di alcuni decenni d’America e d’Europa» (ed. Feltrinelli, prefazione di Fernanda Pivano)

http://www.kerouac.com/authors.html (catalogo di biografie, opere, poster ed altro a proposito di autori e poeti della “Beat Generation”)

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Rita Rutigliano


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