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Enrico Castellani in mostra a Milano
Milano - Prosegue fino al 14 giugno, alla Fondazione Prada, la mostra dedicata ad Enrico Castellani (Orari: da martedì a domenica 10-19, chiuso lunedì; ingresso libero). A corredo della rassegna, la Fondazione ha inoltre preparato una pubblicazione. Contiene testi storici di Castellani e contributi di critici italiani e non, che analizzano il suo lavoro in rapporto al contesto storico e culturale in cui è andato sviluppandosi.
Curata da Germano Celant e realizzata in collaborazione con l'artista, l'esposizione - allestita in uno spazio di circa 1.000 mq - presenta una settantina di "pezzi" provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e straniere. Il progetto espositivo offre un taglio storico specifico e approfondito dell'opera di Enrico Castellani (Castelmassa, Rovigo, 1930; attualmente vive e lavora a Celleno, Viterbo), documentando in particolare la svolta dell'artista veneto verso il concetto di "superficie strutturata". Il che avviene a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Dopo gli studi a Bruxelles (pittura e scultura all'Académie des Beaux Arts), nel 1956 Castellani si laurea in Architettura alla Ecole Nationale Supérieure. Nello stesso anno si trasferisce a Milano, dove - insieme con Piero Manzoni - nell'autunno del 1959 fonda la rivista Azimuth e in dicembre inaugura la Galleria Azimut. Fino al luglio 1960, ospita mostre di artisti italiani, francesi e tedeschi (come Gianni Colombo, François Morellet, Günther Uecker) accomunati dalla ricerca di un'arte il cui procedimento rigoroso ed analitico contrasti con le tendenze dominanti dall'espressionismo astratto all'arte informale.
L'intensa attività di scambi internazionali che si svolge alla Galleria Azimut, e i suoi contatti nell'ambito della cultura nord europea, portano Castellani a partecipare ad importanti mostre - come "Monochrome Malerei" (Kunstmuseum, Leverkusen, 1960) e "The Responsive Eye" (The Museum of Modern Art, New York, 1965) - in cui vengono esposte opere che rinnovano il linguaggio visuale per ricondurlo ai dati costitutivi e elementari. In questo contesto Castellani è uno fra i primi, nell'Italia degli anni Sessanta, a cercar di sviluppare un diverso indirizzo di ricerca dove elementi quali spazio, luce e tempo assumono un ruolo primario.
Dal punto di vista teorico, le linee di ricerca in cui orientarsi e gli obiettivi da raggiungere sono esposti da Castellani nel suo testo fondamentale "Continuità e nuovo" (pubblicato sulla rivista "Azimuth" n.2, Milano, 1960). Alcuni artisti o movimenti - Piet Mondrian, Dada, Surrealismo, Jackson Pollock - sono indicati come fattori chiave per la nascita di una diversa concezione dell'arte «(...) il cui valore semantico del linguaggio - afferma Castellani - sia garanzia di uno sviluppo rettilineo dell'arte stessa ad ovviare i ritorni, e le ricerche contraddittorie, e di una più coerente adesione alla realtà culturale del nostro tempo». Un'arte che dovrà essere «(...) continuamente in atto ma potenziale al punto che il suo consumo sia rapido, costante, immediato e in grado di creare dialoghi al di fuori del monologo intimista».
Ad animare la necessità di trovare nuovi modi espressivi è, per Castellani, «il bisogno di assoluto». Per rispondere a questa esigenza il solo criterio compositivo possibile è che «(...) attraverso il possesso di un'entità elementare, linea, ritmo indefinitamente ripetibile, superficie monocroma, sia necessario per dare alle opere stesse concretezza di infinito, e possa subire la coniugazione del tempo, sola dimensione concepibile, metro e giustificazione della nostra esigenza spirituale».
Nel 1959 Castellani realizza la prima "Superficie nera in rilievo" (grazie a chiodi piantati e disposti a ritmi ordinati nella parte retrostante la tela): si tratta di un lavoro determinante per lo sviluppo della sua attività, che apre nuove possibilità d'espressione nel campo a due dimensioni della tela. Le "superfici in rilievo" costituiscono - insieme con i "sacchi" di Burri, i "tagli" di Fontana e gli "achrome" di Manzoni - una tra le elaborazioni linguistiche più rilevanti e dense di significato del periodo.
Dal 1963 l'attenzione dell'artista si estende alle possibilità espressive delle diverse articolazioni delle superfici monocrome nello spazio, realizza tele sagomate, angolari, dittici e trittici in modo che aggettino tridimensionalmente. La gamma dei colori usati varia dal nero al rosso, dall'argento al giallo, ma è soprattutto il bianco a ricorrere frequentemente: «Il bianco per me non è un colore - dice Castellani in un'intervista del 1983 - ma l'assenza di colore. Come nella trattazione delle superfici delle mie opere tendo a fare qualcosa il più oggettivo possibile, così avviene per il colore. Il bianco è il colore o meglio il non-colore che rende più sensibile questa oggettivazione».
Pur mantenendo le caratteristiche individuate fin dai primi Sessanta, tra gli anni Settanta e Novanta l'intensa produzione artistica di Enrico Castellani va progressivamente arricchendosi di opere il cui linguaggio diviene più complesso e articolato per quanto riguarda le strutture delle superfici e le permutazioni degli elementi aggettanti.
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Castellani ha partecipato a mostre importanti (come Zero, Stedelijk Museum, Amsterdam, 1961), è presente alla Biennale di Venezia (1964 e 1966) e alla Biennale di São Paulo (1965). Tra 1966 e 1967 prende parte ad una ventina di mostre, tra personali e collettive, sia in Italia sia all'estero. Nel 1968 è invitato a Documenta 4, Kassel.
Le mostre collettive continuano in spazi museali internazionali come il Centre G. Pompidou (Identité Italienne, Parigi, 1981), il Palais des Beaux Arts (Wide White Space, Bruxelles, 1994), il Guggenheim Museum (The Italian Metamorphosis, New York, 1994-95), la Galerie der Stadt (Zero Italien, Esslingen, 1995-96).
Fra le più recenti esposizioni "personali" nei musei italiani: quelle a Palazzo Fabroni (Pistoia, 1996) e alla Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento (1999).
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