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Uova pasquali, una moda molto antica

21 apr 2000

Le tradizioni gastronomiche che celebrano le festività della Pasqua risalgono alla più antica liturgia ebraica, e sono rimaste praticamente immutate. Ciò vale anche per le uova pasquali, che venivano servite sode insieme all'agnello, simbolo sacrificale offerto nel Tempio di Gerusalemme.
La consuetudine di mangiarne ed offrirne a mo' di augurio è però giunta fino a noi attraverso i riti propiziatori pagani, che da sempre considerano l'uovo simbolo di fertilità e di risveglio della natura.

L'uso di regalare uova risale infatti a tempi assai più remoti della festa cristiana. Già 5000 anni fa i Persiani, ad esempio, celebravano l'arrivo della primavera con riti propiziatori in cui l'uovo era sempre presente: come simbolo di fertilità e di risveglio della natura, come offerta augurale di prosperità, come alimento nelle mense collettive, come elemento ludico-simbolico nei giochi organizzati all'aria aperta.

Antiche tradizioni

Son tradizioni, queste, che con qualche variante appartennero pure a popoli di civiltà diverse: assiri e babilonesi, celti, greci, egizi, romani, galli, visigoti...

Ma torniamo agli ebrei, per i quali la Pasqua (da "Pasach", passaggio) è la solenne ricorrenza che ricorda appunto il "passaggio" dall'Egitto e la rinascita spirituale. Durante la festa consumano un pasto rituale che, oltre all'agnello (simbolo di dolcezza e di sacrificio), comprende pane azzimo (simbolo di penitenza) ed uovo, simbolo di una nuova vita.

I primi cristiani fecero propria questa simbologia ebraica, con riferimento alla Resurrezione, e nel giorno di Pasqua usavano sistemare sull'altare un cestino pieno di uova (proibite durante la Quaresima) perché fossero benedette dal sacerdote.

Ancor oggi tali riti sono radicati, e perpetuati, in molti Paesi: in Polonia le uova sode vengono artisticamente decorate dalle donne e utilizzate per addobbare i banchetti pasquali, in Russia per tutta la settimana di Pasqua di fronte alla porta di casa vengono appese ghirlande di uova dipinte (di porcellana, queste), nella tradizione germanica si usa fare la ricerca di uova sode nascoste fra l'erba, in alcune regioni italiane i giovani attuano a porta a porta la "questua delle uova" e lungo tutto il nostro "stivale" le uova sode continuano a far parte della colazione e di numerose specialità pasquali (come i casatielli napoletani, i canestrelli liguri, le colombine di Firenze, il fidadone abruzzese, le infinite varianti di ciambella con uova sode incastonate nell'impasto).

Tante uova colorate

Prima che ne fossero disponibili versioni dolci, di zucchero e cioccolata, per secoli i nostri antenati hanno regalato uova provenienti non dalle pasticcerie ma dai pollai. Fin dall'inizio del IV secolo d. C. in molte zone d'Europa si usava regalare ai poveri, dal Venerdì Santo in poi, le uova raccolte durante la Quaresima e poi benedette; e i ragazzi ne portavano a maestri, parenti, superiori etc come pegno di amicizia.

Ad un certo punto si cominciò a decorarle con tinte vivaci, queste uova da regalare: da Plinio sappiamo che i romani prediligevano il rosso, che doveva distruggere ogni influsso malefico (e rosse erano le uova seppellite nei campi per propiziare un buon raccolto). In molti paesi, poi, la colorazione assumeva significati precisi: le uova di un solo colore erano riservate ai plebei, mentre quelle destinate agli aristocratici erano policrome e con elaborati disegni. Nelle famiglie di modeste condizioni l'"operazione pittura" veniva spesso affidata ai bambini, mentre le persone più facoltose ricorrevano magari a grandi artisti (una collezione di Versailles comprende due uova, che appartennero ad una figlia di Luigi XV, dipinte dal celebre Watteau).

Non commestibili ma preziosissime, infine, erano anche le uova "imperiali" (una cinquantina) fabbricate da Karl Fabergé per la corte degli zar. Il primo, del 1884, era un guscio d'oro e smalto bianco con tuorlo d'oro asportabile che, aprendosi, scopriva un'aurea chioccia contenente a sua volta una miniatura in diamante della corona imperiale, il quale celava un rubino tagliato a forma d'uovo... Il principio delle bamboline russe, insomma, applicato ad un'autentica opera d'arte che certamente avrà strappato un "oh!" di meraviglia dalle aristocratiche labbra della zarina Maria Federovna. Qualche anno fa, ricordo, ad un'asta in Svizzera qualcuno ha pagato la bella somma di circa un miliardo e mezzo per un uovo di Fabergé: un esemplare in nefrite (un minerale verde con vistose venature), guarnito di fregi di smalto e tempestato di brillanti.

Un ghiotto emblema

Ben lungi dal volersi (o comunque potersi) abbandonare a simili costosissime scelte, chi per la domenica di Pasqua intende limitarsi a rinnovare la tradizione delle uova (di gallina!) colorate ha a portata di mano e di portafoglio "ricette" antiche, economiche e assolutamente sicure. Basta scegliere delle belle uova bianche e lavarle bene; poi, si possono rassodare e colorare a proprio piacimento. Come? Facendole cuocere insieme ad alcuni ingredienti (naturali, va da sè, e quasi tutti reperibili anche all'ultimo momento in cucina): il guscio, molto poroso, assorbirà la colorazione dell'acqua di cottura.

Qualche esempio? Per il verde vanno bene una manciata di spinaci o di ortiche o del prezzemolo, un delicato rosa violetto si ottiene da qualche fetta di barbabietola rossa già cotta al forno, per il giallo si può ricorrere alla camomilla o ad una bustina di zafferano, il viola è fornito da viole mammole, al marrone provvede una manciata di bucce di cipolla... Quando saranno ben sode ed asciutte, raccogliete le uova dai gusci sfumati in tinte diverse in un cestello di vimini foderato con un tovagliolo bianco e guarnito con qualche fiore. L'allegro cestino, sulla tavola della festa, sarà per grandi e piccini una sorpresa bella... e buona.

Oppure, riprendendo un'usanza che ormai va perdendosi, nascondete le uova in casa o in giardino: il mattino della domenica i bambini parteciperanno ad una inconsueta "caccia al tesoro", che vedrà vincitore chi ha saputo scoprirne il maggior numero. Il premio? Magari un bell'uovo di cioccolata, un pochino più grande di quello che comunque spetterà a ciascuno dei piccoli concorrenti.

A proposito: irresistibilmente profumate e dolci, da tempo le uova di cioccolato sono diventate il ghiotto emblema della Pasqua (ogni anno se ne vendono migliaia di quintali, con un giro d'affari di centinaia di miliardi). Spesso però paghiamo a peso d'oro molta carta e nastri, un velo di cioccolato, tanto vuoto e una piccola, spesso insignificante, sorpresa.

Anche l'uovo di Pasqua bisogna saperlo comprare, dunque, genuino e a prezzi competitivi. Non lasciamoci abbagliare dalla sua veste sgargiante o suggestionare dalla marca famosa, scegliamolo di dimensioni non eccessive, esaminiamo per bene l'etichetta per capire quantità e tipo di cioccolato usato, valutiamo il rapporto tra questi dati ed il prezzo. Un consiglio? Non scartate l'idea di approdare ad un laboratorio artigianale: è possibile uscirne con uova meno care, più pesanti e altrettanto o magari anche più buone!

Rita Rutigliano


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