Il Po scorre in Piemonte per 235 km, un lungo tratto durante il quale tocca quattro province e un'ottantina di comuni. Fin da tempi remoti, i principali beneficiari del maggior corso d'acqua del nostro Paese erano stati agricoltori, cacciatori, pescatori. Col lento trascorrere dei secoli sulle sue sponde si sono trasmessi per generazioni tanti antichi mestieri: suggeriti dall'incedere e dagli umori del fiume e scanditi dai suoi ritmi e dalle possibilità che offriva.
La presenza del Po nella vita economica e sociale piemontese rimase sostanzialmente immutata fino al secondo dopoguerra (ancora negli anni '30 un idrovolante collegava il capoluogo regionale con Milano e Trieste). Non poteva essere altrimenti che così, dato che ampie zone del Piemonte terra di vini blasonati sono anche "terra d'acqua": basti pensare che per produrre un chilo di riso (e qui se ne raccolgono milioni di quintali!) ne occorrono da 3 a 10.000 litri.
A partire dagli anni '50, però, il rapido sviluppo industriale fa a poco a poco dimenticare il Po e i suoi antichi mestieri. Oggi, alcuni sono definitivamente scomparsi ed altri sopravvivono, pur avendo "mutato pelle" e pagato il necessario pedaggio ai tempi nuovi con l'adozione delle varianti imposte dal progresso.
I fiumaroli avvolti nei pesanti tabarri di lana sono sempre di meno, le scavatrici meccaniche han fatto sparire sabbiaioli e carriolanti (che d'estate rifornivano i muratori del prezioso materiale sottratto al fiume in secca), parimenti scomparsi per far posto ad altri, più aggiornati sistemi di lavorazione i mugnai ed i loro mulini o i pontieri addetti ai ponti di chiatte.
Le veloci motoseghe han fatto andare in pensione i boscaioli con l'ascia alla cintura, non ci son più le lavandaie a risciacquare i panni in acque limpide, moderni mezzi di trasporto e ponti stabili hanno reso superflua la figura dell'abile barcaiolo.
Praticamente estinti mestieri e ritratti del tempo che fu, sono rimasti i poeti, i pittori, gli innamorati del Po, grande serbatoio di ispirazione artistica da cui sono scaturiti personaggi, libri (una sterminata letteratura: da Plinio il Vecchio a Mario Soldati, da Riccardo Bacchelli a Sergio Zavoli), disegni, dipinti entrati nello scenario della cultura nazionale.
Ed è rimasta la gente del Po: quella che lavora sul fiume o sulle sue rive, o che trascorre una parte della giornata fra i suoi argini, conducendo una vita che ancora è avviluppata in un complicato rapporto di odio e di amore per questo vicino «a volte generoso, a volte spietato, comunque imprevedibile». Si trovano ancora artigiani innamorati del proprio lavoro: nell'astigiano ad esempio sopravvive, legata al vino, l'attività degli impagliatori di damigiane e dei fabbricanti di botti di legno, che come un tempo continuano ad essere fatte a mano; e non sono del tutto spariti, nel Monferrato, i carradori (begli esemplari di carri agricoli anche nel museo dell'enologia Martini, a Pessione di Chieri, alle porte di Torino: alcuni sono autentiche opere d'arte rustica, e testimoniano il gusto e l'abilità degli esecutori).
Meno diffusa, ma tuttavia presente nonostante la concorrenza della plastica, l'opera dei costruttori di gerle e dei cestai del Po: nei pressi dei margini cresce infatti il Salice Nero, molto flessibile e quindi adatto a costruire ogni tipo di cesto. Ci sono ancora (poche) anziane mondine, col volto segnato da rughe profonde provocate dal sole e dalle fatiche. Parlano del loro duro e intenso lavoro nelle grandi distese di riso, con le gambe nell'acqua fino al polpaccio, le mani nel fango, la schiena curva per ore, la battaglia contro eserciti di zanzare: storie di ieri, rese ormai quasi solo un ricordo dall'uso pressocché ubiquitario dei diserbanti e dalla meccanizzazione delle operazioni di diserbo.
E c'è (o almeno c'era, fino a pochissimo tempo fa) persino un "guardiano del faro": Innocenzo Perini, detto "Cencio", dal 1953 trascorre giorno e notte alla plancia di comando della Diga del Pascolo (La Barca, Torino). Qui confluiscono le acque del Po, della Dora e della Stura e la diga ne stabilizza il livello in un bacino di un milione di metri cubi, prima di inviarle (attraverso un canale lungo 1900 m) alla centrale di S. Mauro.