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Rita Rutigliano
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Attenti al lupo
Pubblicato su "Zai.net" n° 2, dicembre 1997

La presenza di questo animale aldilà delle Alpi e nel sud del Piemonte è nota da tempo, ma per la prima volta ci sono le prove della sua presenza stanziale in provincia di Torino. Non solo: l'équipe scientifica ha raccolto prove certe sulla riproduzione dei lupi in questi territori ed è in grado di confermare che gli animali arrivano dall'Appennino.
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Ebbene, sì: probabilmente non ha sognato, chi giura d'aver sentito ululati nel bosco di Salbertrand. Il lupo, nient'affatto cattivo come da millenni si racconta, c'è davvero. E non soltanto nelle notti di luna piena.

La conferma giunge da uno studio condotto dallo staff del Dipartimento di etologia ed ecologia dell'Università di Pisa, coadiuvato dal personale dei Parchi naturali del Gran Bosco di Salbertrand e della Val Troncea. Risultato della ricerca: senza dubbio il lupo - non quello della storia e del mito, ma quello in carne ed ossa... e fauci - è di nuovo sulle Alpi piemontesi, come in tutte le aree del centro-nord, e le prime segnalazioni nella provincia di Torino risalgono al 1994.

Insomma, la «belva feroce» che da infinite generazioni turba i sonni di adulti e piccini è tornata in Val di Susa. È il caso, forse, di ripetere il secolare «attenti al lupo»? Non proprio, a dire il vero, e anzi bisogna salvaguardarne la specie (come d'altra parte esige la convenzione di Berna del 1982). Quattro, in questo senso, le principali linee d'azione: conoscere, informare, prevenire, risarcire in tempi celeri i danni e gli animali predati.

Anzitutto, e va sottolineato con forza (come fanno in primis le associazioni ambientalistiche), la ricomparsa dei predatori è un fatto da salutare con favore perché la loro presenza è indice di un irrobustimento dell'intero ecosistema: per dirla con G. Weeden, «un ambiente capace di produrre un lupo è un ambiente sano, forte, perfetto». Certo, però, la sua presenza può interagire - con modalità diverse - fondamentalmente con tre tipi d'attività umane: allevamento, caccia, turismo. Ma, evitando la sterile contrapposizione fra chi è "pro" e chi è "contro" l'animale, è necessario minimizzare l'impatto che può avere sull'attività di pastorizia. E, insieme, smentire la sua pessima fama di pericolosità per l'uomo: «è importante sottolineare» - scriveva recentemente Vito Mazzarone, tecnico faunistico - «che almeno negli ultimi duecento anni non esistono in Italia casi d'attacco all'uomo».

Del resto, vicenda di Cappuccetto Rosso a parte, incontrare la belva è evento assai raro anche per chi nei boschi ci lavora ogni giorno. In realtà, più che il lupo bisognerebbe temere i cani selvatici vaganti sul territorio: diversamente dal primo non temono l'uomo, e sono responsabili di notevoli danni al patrimonio faunistico e al bestiame domestico. Danni che fatalmente finiscono con l'essere attribuiti al lupo, contribuendo a creare una forte opinione negativa nel confronti del medesimo.

Se da un punto di vista pratico occorrono misure di prevenzione e d'indennizzo, più in generale la soluzione dei "conflitti" tra l'uomo e il lupo passa soprattutto attraverso l'educazione. Serve cioè un'opera d'informazione volta a ristabilire la verità sul conto del temuto animale, serve una capillare diffusione delle conoscenze sulle sue caratteristiche reali. Un compito che spetta alle associazioni "verdi" e, soprattutto, agli enti pubblici: la Provincia di Torino, ad esempio, ha finanziato la ricerca cui s'è accennato e corsi di formazione dei guardiaparco.

La sfida, impegnativa ma stimolante, è allora questa: riabilitare il lupo, rivedere le idee che abbiamo su di lui, far convivere 60 milioni di italiani con qualche centinaio di esemplari di "Canis lupus" (vent'anni fa ridotti a sparuto drappello, ora sono un mezzo migliaio in tutt'Italia). È una sfida da vincere attraverso interventi concreti e attraverso la cultura, non in un'impari lotta che veda l'uomo mettere in campo la sua superiorità numerica e tecnologica. O ricorrere ancora a trappole, bocconi avvelenati, fucili a canne mozze. Le "lupare", appunto.

Tra storia e leggenda

I viaggiatori che nel Settecento percorrevano la strada del Moncenisio temevano l'insidia dei lupi e degli orsi, fino alla fine del secolo in gran numero su entrambi i versanti del Colle. Del resto, l'antica presenza del lupo in Val Susa è ampiamente documentata anche da una delle più importanti fonti di notizie in materia: i verbali redatti in occasione della cattura d'animali e la concessione di premi.

Tra i documenti, datato 23 ottobre 1816, c'è un «grande invito» del sindaco di Pinerolo a partecipare ad una caccia generale ai lupi, organizzata con altre otto comunità confinanti: è rivolto a «chiunque voglia come volontario cooperare ad un sì importante fine per lo sterminio di tali bestie», a cui precisa di «presentarsi dimani mattina alle ore cinque».

Dello stesso periodo è un manifesto murale con bando prefettizio in cui il conte Alessandro Crotti di Costigliole, «intendente per S. M. della città e provincia di Pinerolo», rende noto al pubblico che lupi «d'una straordinaria ferocia infestano le campagne ed i territori di non pochi paesi» e che «S. M. affine di maggiormente incoraggiare i contadini ed i cacciatori a tentarne la distruzione si è degnata di accordare il premio di franchi duecento per l'uccisione».

Rita Rutigliano


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