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Rita Rutigliano
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Il parto nella storia: dai primordi all'affermarsi dell'ostetricia come scienza
"Poiché impuro era il corpo della donna"

Prima parte di un fascicolo su "Gravidanza e parto" pubblicato nel 1986 (Regione Piemonte, "Educazione alla salute" n° 3)

Fin oltre il Medioevo ai medici era vietato assistere alle nascite: era riservato alla competenza delle donne peraltro disprezzate e a volte messe al rogo. Dalle prime leggi dell' '800 alle attuali

Per interi millenni, fino all'affermarsi dell'ostetricia come scienza, le condizioni della procreazione (gravidanza, parto ed allattamento compresi) sono rimaste sostanzialmente immutate.
In Europa, prime modificazioni si possono far risalire alla fine del 1700, quando si diffondono i corsi universitari di ostetricia e comincia ad affermarsi l'intervento medico sul parto. Per trovare le prime tracce di leggi specifiche e di norme per la tutela sanitaria e sociale (che si caratterizzano in primo luogo come misure contro l'elevata mortalità infantile) occorre, invece, attendere la fine del 1800.

Fino a quest'epoca, gravidanza e parto sono documentati come territorio quasi esclusivamente femminile, mentre l'apporto del medico era richiesto unicamente in caso di grave difficoltà e pericolo. In queste situazioni, già nell'antichità si ricorreva a particolari interventi: ad esempio, il taglio cesareo veniva già praticato da Ippocrate (poi, fino al 1500 circa, cadde in disuso a causa delle scarsissime possibilità di sopravvivenza della madre).

In sostanza, la medicina "ufficiale" dell'epoca si disinteressava in modo pressoché totale di tutto quanto aveva a che fare con il parto e con l'ostetricia, delegandone la gestione alle levatrici. Sullo sviluppo di questa scienza fu poi decisiva l'influenza del Cristianesimo, che, fin oltre il Medio Evo, la considerò "impura" (poiché impuro era il corpo della donna) e vietò categoricamente agli uomini medici di assistere al parto mentre il compito della levatrice era sostanzialmente disprezzato (sebbene soltanto lei, oltre al sacerdote, potesse somministrare il battesimo).

D'altra parte, nella preparazione medica non ci fu per lungo tempo alcunché di minimamente conflittuale nei confronti delle indicazioni ecclesiastiche: molto più che la fisiologia vi si studiavano Platone, Aristotele e la teologia cristiana, e anche le cognizioni anatomiche erano piuttosto approssimative per l'assoluto divieto di dissezione dei cadaveri.

A maggior ragione, dunque, per molti secoli ogni conoscenza relativa alla gravidanza, al parto e all'anatomia femminile fu tramandata esclusivamente dalle donne. Sebbene tali nozioni di ostetricia (accumulate da chi effettivamente la praticava) non vengano neppur menzionate nella storia ufficiale, di quest'arte antichissima si trovano accenni in documenti di tutt'altra natura: ad esempio in atti relativi a processi alle levatrici, parecchie delle quali furono messe al rogo per aver usato "pratiche magiche" al fine di alleviare i dolori del travaglio o per la contraccezione e l'aborto. E’ evidente che, in questo quadro, gli studi ostetrici stentarono non poco a riprendere e la donna gravida continuò per secoli ad essere oggetto di proibizioni e superstizioni.

La nascita, certo, era un evento riservato alla competenza quasi esclusiva delle donne; ma era un evento pubblico, di solidarietà collettiva. Ecco una significativa descrizione, che si riferisce all'ambiente delle levatrici inglesi del 17° secolo: "L'usanza era che quando iniziava il travaglio del parto si mandavano a chiamare tutte le vicine che fossero donne responsabili, anche perché era importante diffondere la conoscenza del mestiere di levatrice il più ampiamente possibile, perché ogni donna poteva essere chiamata a prestare assistenza in una situazione di emergenza ...".

Un cenno, ora, alle questioni circa la posizione più adatta per il parto. La levatrice ricorreva in generale alla posizione accovacciata o eretta (più avanti, alla sedia ostetrica), che tuttora è universalmente in uso al di fuori della cultura occidentale e delle aree in cui questa ha prevalso.
li problema di quale sia la posizione migliore durante il parto è presente da quando si discute in maniera scientifica sul meccanismo della nascita, e ancor oggi non viene data una risposta unanime alla domanda: la più naturale e favorevole è la posizione verticale o quella orizzontale? Resta però il fatto, incontrovertibile, che testimonianze d'ogni genere (dall'antichità preistorica ai giorni nostri) consentono di constatare che praticamente dovunque le donne scelgono di partorire stando sedute, accovacciate o in piedi. Cioè nella posizione verticale, comunemente adottata come quella ottimale e favorevole sotto ogni aspetto allo svolgersi del parto.

La diffusione in Occidente della posizione supina, come preferibile per la donna in travaglio, è dovuta ai medici. Secondo i loro manuali di ostetricia, avrebbe due scopi: facilitare il mantenimento dell'asepsi e risultare enormemente più comoda per il medico, vantaggi che dovrebbero compensare la posizione non fisiologica e la scomodità della partoriente. In anni recenti, però, dopo lunghe ricerche condotte in collaborazione con studiosi d'anatomia, radiologi e fisiologi l'argentino F. Perussi ha tratto dal suo lavoro la conclusione che la posizione supina attualmente utilizzata è innaturale, inutile, fa perdere energia e manca di efficacia.

L'inizio della trasformazione dell'ostetricia in regno maschile vien fatta solitamente risalire all'assistenza data da un medico di corte alla favorita di Luigi XIV, nel 1633: da allora (e non senza accese polemiche a proposito dell'opportunità che uomini si dedicassero a queste pratiche), la moda di ricorrere al medico si diffuse tra l'aristocrazia francese per poi varcare i confini. Nel 1728 si inaugurarono, a Strasburgo, i primi corsi di assistenza al parto; analoghi corsi si tennero, nel 1745, anche all'Università di Parigi. E intanto lungo tutto il 18° secolo medici e chirurghi prendono coscienza dell'elevata (e crescente) mortalità da parto, e si interrogano circa questo fenomeno.

Nella ricerca di cause e rimedi, del tutto erroneamente indicano come prime responsabili le levatrici. Infatti, a proposito delle pessime condizioni igieniche dell'ospedale, nella prefazione al suo trattato di medicina operatoria il grande anatomico e chirurgo Farabeuf, rammentando gli inizi dei suoi studi (durante la prima metà dell'800), scrive: "Non avevamo antisettici e la nostra pulizia operativa era ben lungi dall'asepsi. Non mettevamo guanti, per esplorare le ferite più infette. Ci lavavamo, ma per noi soli e dopo aver toccato i malati. Non sapevamo che le nostre dita, gli strumenti di medicazione erano frecce avvelenate che introducevamo nella carne dei pazienti. Inconsciamente portavamo il male da un malato all'altro, e noi ne eravamo il veicolo".
Intanto c'è ancora chi come il professor Klein, direttore della clinica ostetrica di Vienna, spiega ai suoi assistenti che la causa delle infezioni che uccidono gli operatori e le puerpere "è un miasma invisibile, atmosferico, cosmico-tellurico, che penetra nel corpo delle donne avvelenandole e uccidendole. E non c'è nulla da fare".

L'unico a non credere a tale teoria del "miasma" è il suo assistente più giovane, Semmelweis, il quale nel 1848 giunge ad affermare esplicitamente che "le partorienti muoiono perché io e i miei colleghi nell'assisterle, e gli studenti nel visitarle, le infettiamo portando a contatto dell'utero sanguinante la sostanza cadaverica che rimane sulle nostre mani dopo le sezioni anatomiche. Ecco perché la mortalità è molto minore dove ci sono soltanto le ostetriche, che non fanno sezioni anatomiche!".

Le levatrici, comunque, divenute sinonimo di sporcizia, ignoranza e superstizione, vengono progressivamente emarginate. Il loro posto viene preso dalle ostetriche uscite dai primi corsi di addestramento, preparate dai medici ed avanguardie di una nuova professione prestigiosa e ben remunerata. Più avanti, però, sotto accusa vengono messe tutte le madri: sarebbero, infatti, da attribuire all'ignoranza ed alla negligenza materne le cause fondamentali della mortalità perinatale e infantile.
Come era stato più semplice attribuire alle levatrici (anziché ai medici e al ricovero delle partorienti in ospedali tutt'altro che igienici) le epidemie da febbre puerperale, così risulta più facile accettare questo nuovo tipo di spiegazione piuttosto che rilevare le macroscopiche insufficienze della società in materia di condizioni di vita delle classi povere, della situazione igienica delle abitazioni, di modi e tempi di lavoro delle gravide e delle puerpere ecc.

Intanto, anche per le preoccupazioni destate dalla tendenza al calo demografico, si realizzano i primi interventi sociali sulle condizioni della procreazione. In altri termini, si assiste (in tempi diversi secondo il livello di sviluppo raggiunto dai singoli Paesi) al varo di leggi sulla tutela della maternità e dell'infanzia, alla predisposizione di strutture assistenziali, a disposizioni precise sulla formazione del personale ecc.

Rita Rutigliano


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