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Rita Rutigliano
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Cara amica ti scrivo... "Basta con la solita maglia e cucito"
Pubblicato su “L’unità” del 27 novembre 1984, nella pagina “Anziani e società”

Donna è bello. Anche a 60 anni?
Spulciando tra le decine di lettere che arrivano a Torino alla associazione “Ragazze di ieri”. Tante realtà e stati d'animo diversi dove la tristezza si mescola spesso all'allegria e volontà
“Ne abbiamo accumulata d'esperienza... E ora di metterla a frutto” “Anche la solitudine può essere importante”. Unanime il coro di proteste quando si tocca il tasto dolente delle pensioni.

TORINO - Cosa pensano, come vivono, che fanno le moltissime donne non più giovani in Italia? Da città e paesi diversi, registriamo la voce di donne anziane; e poi con Clara Aprà (presidente ed animatrice dell'associazione “Ragazze di ieri”, nata a Torino nel 1980) ci immergiamo in un mare di lettere. Parole, parlate e scritte (sovente con grafia incerta), che non lasciano indifferenti. Come tanti tasselli, vanno a comporre il mosaico di una realtà certo complessa, a tratti ben diversa dai “cliché” cui siamo abituati, troppo spesso dolente e amara.

Eccole dunque presentarci la radiografia della situazione in cui vive ogni giorno la maggior parte di quel quinto di italiani che abita il nostro “arcipelago anziani”: cioè la sua componente femminile, che - come rivelano i dati dell'ultimo censimento - è formata prevalentemente da donne che vivono sole (a Torino, rappresentano l'80% delle famiglie composte da una persona).

In un paesino sardo c'è Rina, 60 anni, casalinga, sola e malata. Dopo una vita dedicata a loro, afferma che “l'unica sofferenza vera è l'indifferenza dei familiari”. E aggiunge: “mi ritrovo in condizioni di sconforto e amarezza che mi tolgono ogni fiducia di vivere”, “sono sempre chiusa in casa in un involucro di timidezza”. Ormai, dice, “ho cancellato la parola speranza dal mio vocabolario”.
Beatrice, piemontese, 85 anni, da poco più di dieci in pensione, ex impiegata: quando (dopo oltre sessant’anni) ha smesso di navigare in mezzo ai numeri, è “rimasta da sola, senza un'amica, senza nessuno. Morivo di solitudine”.

Per altre c'è “l’angoscia terribile delle tremende domeniche”, in cui “magari si esce. Però quando si torna a casa alla sera, e si abbassano le tapparelle, la solitudine si fa sentire e i ricordi pesano”.
E nella catena di pensieri-riflessioni-accuse-denunce che (con analoghi accenti) percorre l'Italia, anelli di rassegnazione, sconforto, pessimismo attanagliano donne abbandonate, “messe in un canto”, “ossessionate da una solitudine soffocante” e dal “fardello di una vita ormai priva di senso” (vuota com'è di interessi proprii e di attenzione altrui), schiacciate da “un presente consueto-mediocre-inqualificabile”, persino deluse nelle convinzioni religiose cui si aggrappano: quel Signore invocato nella disperazione (“Ti preqo, portami un po' di felicità”) si rivela sordo: “Dio ascolta i forti, ed i deboli rifiuta”.

“Così” - prive (assai più degli uomini) di riferimenti volti verso l'esterno, verso la società, verso il mondo che sta appena fuori dalle mura di casa - queste donne laconicamente dicono: “si vive male”. E le giornate passano scandite da abitudini che cercano di nascondere o colmare vuoti dolorosi: televisori e radio accesi “per coprire il silenzio”, produzione incessante di bavaglini o maglioni per nipoti che magari si vedono di rado, meticolosa se non maniacale cura della casa...
Dato il progresso, la condizione della popolazione anziana non sembra più dover essere fatta esclusivamente di acciacchi, malattie, attesa della morte. Tuttavia, con l'aiuto di radicati stereotipi molte donne continuano a pensare alla vecchiaia come ad una sorta di ineluttabile calamità naturale.

Ciò vale soprattutto per quante han costruito la propria identità sull'ingannevole equazione “gioventù e bellezza = femminilità”, per chi una secolare cultura ha abituato a ricavare la stima di sé dalla stima che le viene da altri e soprattutto dall'uomo. Quando il tempo lascia il segno sul loro corpo, vengono prese da un'angoscia intrisa di solitudine e di paura; si sentono inerti, indifese, rifiutate in blocco. E si accorgono - dice Clara Aprà - di “non aver accumulato il patrimonio necessario ad affrontare la solitudine senza cadere nella tristezza e senza abbandonarsi alla disperazione”. D'altra parte, anche se si ha un coniuge spesso è a questo punto della vita che “emergono impietosamente la povertà del rapporto, le insofferenze reciproche, la mancanza di reali interessi in comune, la coscienza dell'indifferenza”: in molti casi si constata che “ci si vive accanto senza essere davvero vicini”.

E poi ci sono, concrete e quotidiane, le questioni economiche: anch’esse possono incidere pesantemente sul modo di vivere la vecchiaia. A questo proposito, due soli dati. Fra gli anziani risulta estesa l'area della povertà: molti hanno reddito inferiore al cosiddetto minimo vitale (e già nel '78 secondo il sociologo Giovanni Sarpellon una buona metà dei cinque milioni di italiani che si trovano nella fascia di popolazione ai limiti della sopravvivenza è costituita da ultrasessantacinquenni). Inoltre, le donne sono più povere degli uomini: basti pensare che sono il 65% dei titolari delle pensioni minime (circa 330.000 lire mensili) ed il 94% dì quelli delle “sociali” (ancor più basse).

Un coro pressoché unanime conferma questi dati: “Andare avanti è dura. Pur essendo costrette ad infinite rinunce, coi soldi ci si muove sempre sul filo del rasoio. Sono pochissimi, e le spese tante anche solo per le cose essenziali: il cibo, l'affitto, la luce ...”.
Ma se è univoco a proposito delle magre finanze, il coro si spezza su altri punti: ci sono donne - che solo in omaggio ad un’antipatica convenzione vengono chiamate “anziane” - le quali non vivono l'invecchiamento come un dramma. Malgrado le tante difficoltà economiche, sociali, sanitarie e affettive, intonano una canzone diversa. Sentiamola.

Santina, ex operaia metalmeccanica, oggi in pensione: “E’ facile cadere preda della depressione. Vogliamo diventare così anche noi? Io dico di no! Ci sono cose - e tante - che si possono fare: e non sempre i soliti cucito, maglia e uncinetto... Ogni stagione ha la sua rosa. E la 'terza età' è una stagione della vita, non è poi che debba essere così brutta: basta saperla vivere, coglierne i frutti migliori. Non è mica detto che essere giovane voglia dire automaticamente felicità”.
Clara Aprà: “C'è un mondo di cose da scoprire, soprattutto per chi per tanti anni è stata più o meno segregata in casa ad occuparsi degli altri. E prima di tutto c'è da riscoprire la 'ragazza' che è ancora viva dentro di noi, piena di voglia di sentirsi libera, senza complessi né rimpianti per il passato”.

Mara, di Genova: “Il futuro bisogna che ce lo costruiamo noi giorno per giorno”, se vogliamo vivere non come relitti ma “come persone. Persone più felici, più consapevoli di esistere, meno bisognose di conferme dagli altri perché sanno di 'essere'”. E ha voglia, Mara, di consigliare a tutte la seguente ricetta, quasi “una medicina che non può mai risultare eccessiva”: “Appena sveglia e prima di dormire, un profondo respiro e davanti allo specchio ripetere dieci volte: sei una donna in gamba, puoi riuscire in tutto ciò che vuoi”.

Lucia, da Milano: “Questa è un'età (ha 65 anni) che può essere vissuta in maniera positiva, attiva, intelligente. Ne abbiamo accumulata di esperienza, con gli anni... Utilizziamola!”.
Silvana: “Anche la solitudine può essere preziosa. Ad esempio può consentire, finalmente, di mettere se stesse e le proprie esigenze al primo posto. Non bisogna 'far passare il tempo': bisogna 'viverlo', affrontarlo”.

Di nuovo Clara Aprà: “Alla solitudine può dire addio chi – rimasta sola – trova nel suo carattere e nella sua intelligenza e nella sua volontà la forza di stabilire un buon rapporto con la nuova vita che le si profila. Non è davvero il caso di sentirsi brutte e inutili solo perché non si è più giovani. Io mi sento ogni giorno più felice della mia situazione di 'singola'. Mi accetto e mi vivo da sola così come sono, con il desiderio costante di crescere, di migliorarmi per non concludere l’esistenza terrena da povera inetta”.

Infine Graziella, bolognese, casalinga. Dice, con una sua poesia: “Sono Santippe, io, la querula Santippe senza nemmeno un Socrate famoso. La Santippe dei cocci da lavare, dei panini imburrati, dei panni da pulire, dei figli da sgridare. Santippe brontolona da noia sconfinata, una cicuta lenta che ogni giorno ti bevi; fai per inerzia quello che devi fare”. Ma aggiunge: “come vorrei uscirne. Anche le talpe sognano a giorni di volare, di uscire dalle cupe gallerie”... Si può, si deve: anzitutto per se stesse.

Rita Rutigliano


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