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Rita Rutigliano
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Elogio dell’Asti Spumante
Pubblicato su "Asti in vetrina", n° 2, dicembre 1990

È tempo di brindisi augurali, di calici colmi di vino bianco briosamente spumeggiante

Dicembre, gennaio… È tempo di liete ricorrenze, di dolci festività che affondano le loro radici in un passato lontano lontano. È tempo di brindisi, dunque: di augurali "cin cin" con calici affusolati (o "flûte" che dir si voglia), che tintinnano tradizionalmente ricolmi di vino bianco allegramente spumeggiante.
Le pesanti bottiglie scure occhieggiano dalle vetrine, punteggiate di mille luci, di negozi sontuosamente addobbati. Per ricordarci che la festa è anzitutto dentro di noi, ma che il rituale "cin cin" dev’essere — rigorosamente — da dividere con qualcuno. Ed è proprio il Piemonte — più esattamente la provincia di Asti — ad aver dato, ben oltre un secolo fa, i natali allo spumante italiano: frizzante, allegro, vivace è il vino "socializzante" per antonomasia.

Per essere ancora più precisi bisogna dire che la sua culla è stata Canelli, tuttora generoso cuore pulsante della zona di produzione dell’Asti Spumante, che questo brillante figlio ha reso famosa ovunque essendo — come ha scritto Vincenzo Buonassisi - «una stupenda, inimitabile, esclusiva perla dell’enologia italiana, in particolare piemontese, che tutto il mondo ci invidia».

La storia dello spumante nostrano inizia esattamente nel 1850, quando a Canelli — ancor oggi capitale indiscussa delle bollicine, dalle cui ben fornite cantine sgorga più o meno la metà dello spumante "made in Italy" — approda un commerciante di vini il cui cognome sarebbe assai presto diventato celebre. Carlo Gancia conosceva il metodo di fermentazione detto "champenois", il più famoso ed antico, quello che custodiva il segreto della sapiente elaborazione del «vin qui mousse».

Le tecniche furono messe a punto nel lontano 1668 da Dom Perignon, cantiniere nell’abbazia di Hautvillers, nelle campagne di Reims (ci troviamo, ovviamente in Francia, anzi in Champagne…). Merito di Carlo Gancia fu di voler applicare tale metodo sulle eccezionali uve locali, le dorate e profumate uve dei vitigni di moscato bianco (importate in Piemonte dagli spagnoli nel '600) che davano un vino dolce e profumato, ma difficile da "domare" per conservarlo e poterlo trasportare.

Bene: Gancia vince la sua scommessa, riesce nell’impresa e crea l’Asti Spumante al tempo stesso dando origine ad una grande dinastia vinicola che ininterrottamente prospera fino ai giorni nostri. L’attuale titolare dell’azienda di Canelli è infatti Vittorio Vallerino Gancia, per anni presidete della Camera di Commercio di Asti e poi al vertice della Federvini, l’associazione della Confindustria che raggruppa centinaia di aziende del settore enologico e liquoristico.

Ben presto all’impresa del "pioniere" si affiancano numerose altre Case, alcune già famose per la loro produzione di vermouth. Si sviluppa così, e cresce nel tempo, un’industria dell’Asti spumante. E, insieme ad essa, cresce e si sviluppa il suo indispensabile corollario: il variegato, multiforme panorama di aziende del cosiddetto "indotto" (vetrerie, sugherifici e via elencando).

Parliamo un poco, allora, di questo vino inimitabile e di gran pregio. Un vino importante anche sotto il profilo socio-economico: la sua produzione costituisce la principale risorsa per i 52 paesi del Piemonte che ne coltivano le uve sulle dolci colline del Monferrato e delle Langhe, terra di brindisi costellata di vigneti nonché di enoteche, cantine e botteghe del vino.

L’Asti Spumante ha il riconoscimento DOC dal 1967 e tutte le carte in regola per affermarsi ed imporsi ovunque, apprezzato da milioni di consumatori: un successo ormai definitivo, tanto che gran parte della produzione si incanala lungo le vie che conducono oltre i confini nazionali (primo mercato gli Stati Uniti e la Germania). Un successo da record mondiale, in effetti, se consideriamo che — insieme allo champagne, ovviamente… — è lo spumante più diffuso ai quattro angoli della Terra.

Ma è un blasone, il suo, diligentemente costruito nel corso del tempo. Lo testimoniano le cifre: nel 1940 la produzione si aggirava sul milione di bottiglie, e dieci anni dopo si raggiungevano a malapena i due; poi c’è un rapido aumento, fino ai 15 milioni del 1960 e ai 23 del ’70; quindi, un’ascesa vertiginosa che tocca il vertice nel 1984 con 70 milioni di bottiglie.

Non piccolo, certo, è stato il ruolo del forte Consorzio per la tutela dell’Asti Spumante. Tra l’altro, qualche anno fa l’ha posto al centro di un’azzeccata campagna pubblicitaria. Una campagna "frizzante", potremmo dire, che mirava a dargli tutto il prestigio che merita e valorizzava simpaticamente «quel solletico speciale» capace di render questo vino adatto in ogni circostanza e in ogni stagione.

D’altra parte — per dirla con l’amico Gianni Mura, grande cronista sportivo ma anche formidabile esploratore del mondo enogastronomico, che sa raccontare con rara maestria accompagnata da una sottile inconfondibile vena ironica — è vero, forse soprattutto per l’Asti, che lo spumante è «vino da grandi occasioni, ottimistico e quindi benvenuto anche nelle occasioni medie e piccole: che illumina e fa lievitare».

Doc, qualitativamente garantito dal vigile intervento del Consorzio, unico nel suo genere, dal colore paglierino o giallo dorato assai tenue (con qualche riflesso verdolino, a volte), dal gusto fresco e gradevole, dal caratteritico aroma spiccato ma delicato, dall’irripetibile sapore fruttato "delicatamente dolce", moderatamente alcoolico (7 gradi) e con innegabili doti di finezza ed eleganza: sono queste le principali credenziali — un "mix" di qualità davvero unico — con cui l’Asti Spumante si presenta per farsi riconoscere come prodotto di prestigio, che rende più gradevole qualsiasi momento. E, anche, come un nuovo modo di bere: giovane, dinamico, moderno e leggero, in linea con gli attuali stili di vita e la cultura alimenare emergente. Insomma, come il nobile prodotto che è, vanto ed orgoglio del Piemonte tutto, ma in particolare della secolare arte enologica astigiana.

Una scelta di cui andar fieri, non solo in occasione di celebrazioni varie o di ricorrenze speciali. Sicuramente esiste ancora, per questo spumante leggerissimo e ricco di gusti e di aromi esclusivi, ampio spazio sia nella ristorazione sia a livello di consumo domestico. In effetti, si deve registrare con piacere un dato ormai certo: negli ultimi tempi la domanda, tradizionalmente legata soprattutto alle feste di fine anno e all’ambito familiare, è andata progressivamente dilatandosi fino a farsi più "universale" e quotidiana.

Oggi, possiamo dirlo guardando con fiducia al futuro dell’Asti Spumante, l’uso e il consumo di questo vino è esteso al pasto e al fuori pasto, e più d’una volta l’abbiamo con soddisfazione visto sostituire il popolare "bianchetto" o diventare componente di cocktail e long drink gradevoli e dissetanti. Quanto ai cibi, non c’è neppur bisogno di sottolineare che al momento del dessert lo spumante astigiano dà forse il meglio di sé, e comunque si rivela il vino ideale per un accostamento al sapore dei dolci: per crostate, torte farcite et similia, è un accostamento che non teme confronti.

L’uso degli spumanti d’ogni tipo, poi, è giunto ad abbracciare tali e tanti aspetti del pasto (dall’aperitivo in avanti) che non è qui il caso di dilungarsi ad elencarli. Si può tentare una sintesi, asserendo che lo spumante secco sarebbe ottimo a tutto pasto. Salvo, forse (ma è questione di insindacabili gusti individuali), davanti ai piatti più impegnativi: lepri in salmì o bagna caôda, tanto per fare un paio di esempi, oppure i grandi arrosti per i quali sono indicati blasonati vini rossi. Ma, ripeto, credo sia meglio lasciar spazio ai gusti personali. Io considero lo spumante ottimo come aperitivo e come vino "fuori pasto", indipendentemente dalle occasioni; come vino "a tutto pasto" (quale lo spumante può essere e sta diventando) lo apprezzo maggiormente, invece, se il menù prevede la successione di piatti a base di pesce o di carni bianche.

Ancora a proposito delle "occasioni di consumo" dello spumante (in generale), prima di concludere vorrei rammentare una ricerca condotta anni fa dalla Cinzano. Da questa indagine emergeva che tra le pareti domestiche le suddette occasioni erano così ripartite:«80 per cento ricorrenza, 15 per cento a fine pasto, 5 per cento a tutto pasto». E fuori casa? «60 per cento in banchetti per feste o ricorrenze, 25 per cento in night, bar e simili, 15 per cento al ristorante, di cui 5 pasteggiando e 10 a fine pasto».

Passi in avanti ne sono stati fatti, allora, e molti. Anche questa volta, ricordiamoci di chiudere l'anno vecchio e salutare quello nuovo in bellezza (e bontà): brindando con l’ottimo spumante nostrano, nettare che nulla ha da invidiare a quello d’oltralpe. Non solo a Natale e dintorni, però, ma sempre… brindiamo italiano. Anzi, piemontese. Anzi, astigiano. Con legittimo orgoglio. E che buon pro ci faccia. Prosit.

Rita Rutigliano


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