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Massimo Bartolini alla Gam di Torino
21 feb 2005

Torino - La Galleria Civica d’Arte moderna e Contemporanea di Torino prosegue il calendario espositivo riservato agli artisti di nuova generazione con una mostra personale di Massimo Bartolini (Cecina, 1962).

Curata da Laura Cherubini, la rassegna dedicata a quest’artista “polisensoriale” dalla fama ormai mondiale offre al pubblico una serie di opere inedite, ideate appositamente per gli spazi del museo torinese.

La mostra è aperta con un passaggio di consegne: una perla scavata passa di mano in mano da uno dei custodi del museo di Francoforte a uno del museo di Torino. Questa perla, concava e non convessa, sarà offerta in visione allo spettatore attraverso il semplice gesto dell’apertura della mano, come in un dono (“Double shell”).

Il percorso espositivo
Ad accogliere il visitatore, nell’atrio trapezoidale, c’è un intenso profumo di terra che sprizza da una piccola fontana a forma di strumento musicale (“Flautino”). La musica, il suono sono elementi importanti nell’opera di Bartolini tutta improntata alla polisensorialità.

L’ampia sala a destra è apparentemente dominata dal vuoto, ma — nota la curatrice della mostra - «tutti gli elementi sono coinvolti in una trasformazione globale. Il soffitto vibrante è un cielo che tuona, un instabile disordine approdato alla leggerezza, un terremoto convertito in forma. Le vetrate diventano un disegno (“Disegno di pioggia”) attraverso il procedimento dell’incisione. Le linee inclinate forate lasciano passare una temperatura differente, portano nella stanza le variazioni atmosferiche. E’ un modo di disegnare un paesaggio.

La parete di fondo è ricoperta dalla foto di un motivo vegetale, dai toni smorzati, che diviene astratto intreccio. E’ un elemento guida che contribuisce a costruire l’idea di paesaggio e accompagna il passaggio al lato sinistro della mostra. In una dialettica espositiva tra movimento e stasi questo spazio è più legato all’aspetto contemplativo. La contemplazione del visitatore si attua intorno a una colonna che sorge dalle onde di una piscina (“Conveyance”). Infine è il battito del cuore a donare albe e tramonti a una piccola montagna».
Nel lavoro di Massimo Bartolini, che gravita intorno al tema antico dell’abitare, c’è una tradizione di pavimenti mutanti: c’è il pavimento oscillante (1994); quello rotto da due chiavi di violino (1993); c’è il pavimento rialzato che ingloba in sé l’arredo (1993) e quello che semplicemente procura allo spettatore un minimo spiazzamento (soffitto troppo basso, posizione alterata delle finestre, British School, Roma 1997).

E ancora: c’è il “Pavimento a occhi chiusi” (De Carlo, Milano, 1997), nato dall’idea di camminare sulle palpebre di un gigante, costituite da due veneziane in legno (in un lavoro alla British School le finestre sono gli occhi della stanza); c’è infine il pavimento-molo (Casa del Masaccio, San Giovanni Valdarno 1998) rialzato e impercettibilmente vibrante, proteso verso lo spazio cosmico proiettato da un salvaschermo.

Già la prima versione del pavimento rialzato “sotto ha una via che permette, strisciando, di visitarlo”. Ma nel caso di “A cup of tea” (“Stanze e segreti”, Rotonda della Besana, Milano 2000) il pavimento rialzato di due metri è — prosegue Laura Cherubini - «un ambiente praticabile che si presenta come la cella di uno studioso, un luogo di meditazione arredato con mobili da studio, un tecnigrafo (già presente nel lavoro per “Effetto notte”, Napoli 1999), librerie e un lettino». Da qui, attraverso una scaletta, ci affacciamo su una stanza-cielo dal soffitto luminoso.

Tutta l’opera di Bartolini è permeata da un forte sentimento dell’abitare: «le sue stanze con gli angoli arrotondati (dove due frecce-cursori si muovono al ritmo di un assolo di batteria; dove il cielo di un salvaschermo si proietta su un tavolo; dove due finestre si aprono facendo entrare il suono di una radiolina alimentata da pannelli solari) nelle quali si perde il senso dell’orientamento, portano il titolo di Head, testa». Quest’analogia è evidenziata in Head n. 3 (Library), dove all’ingresso in una biblioteca si accompagna il suono dell’accensione di un computer che comanda la variazione dell’intensità luminosa.

Un axis mundi
Ricorrente è la figura di un axis mundi, «un ideale asse che unisce cielo e terra: lo ritroviamo nelle foto del giardino spartite da un confine di pietra o di luce, nel video in cui la macchina da presa scende dall’alto del cielo fino alle scarpe dell’operatore stesso, in “Dalla testa ai piedi” dove un raggio di luce attraversa le viscere di un pozzo mirando verso il cielo (Atlantide, Siena 1998) nel paradossale “Orizzonte verticale”, una scultura di luce tesa verso il cielo (De Carlo, 2000)».

C’è poi il cumulo di pietre in forma di montagnole, «uscite da un paesaggio toscano di Giotto e utilizzate da Bartolini in vari lavori», e c’è la porta luminosa, «fatta di una luce quasi tangibile, fisica, concreta». Al piano superiore l’artista ha ricavato un corridoio, vuoto, ma «colmo soltanto di una persistente e ineffabile presenza: un profumo».

Alla fine del corridoio, una seconda porta luminosa: «c'è un attimo magico e fuggente in cui la porta nell'aprirsi illumina un ambiente buio e mentre l'effimero bagliore si spegne nell'oscurità si avvertono solo il profumo intenso e il ticchettio dell'acqua che scende in una piccola, povera fontanella». In questa zona, le sensazioni olfattive e acustiche prevalgono su quelle visive.

Un altro tema ricorrente nel lavoro di Bartolini è l'acqua, elemento naturale in perpetua trasformazione: nel ghiaccio che si scioglie (Trevi, 1995), nello stillicidio di gocce che allaga il terreno intorno a una minuscola pallina bianca (Pescara, 1996), nella piscina agitata da onde che allagano la zona intorno dove nasce una risaia (Villa Medici, Roma 2000; PS1, New York 2001) e nel progetto per una fluente via, una linea d'acqua che attraversa la città, (Siena 1998). «La presenza dell'elemento liquido», dice ancora la curatrice della mostra, «sottolinea la progressiva mutazione degli spazi, la fluidità dei passaggi».

Tra percezione e impercettibilità
L'acqua si aggiunge alla luce e al suono (ma anche al profumo) come «elemento dinamico, in continua metamorfosi, inafferrabile e dotato di trasparenza. Tutti i sensi sono coinvolti, in una continua oscillazione e ambiguità tra percezione e impercettibilità».

Insomma, conclude Laura Cherubini, fra le caratteristiche del lavoro di Bartolini ci sono «una forte carica di fisicità continuamente trasposta sul piano astratto e mentale; un rapporto diretto e sotterraneo con la natura coniugato con la conoscenza delle tecnologie più attuali e delle più sofisticate strategie di comunicazione; un attraversamento, certo non pedante, iconografico e filologico, della storia dell'arte sentita invece come corpo da esperire, vivente organismo; una immersione profonda nelle radici del sé depurata però da ogni traccia di contingente autobiografismo; una modalità di comunicazione tanto impervia ed esclusiva quanto intensa».

Spiega l’artista: «Ho cercato di rendere praticabile l'immaginazione. Sto cercando di rendere praticabile l'immaginazione. Per praticabile intendo poterci portare anche il corpo, nel piano dell'immaginazione intendo». Per dirlo, invece, con la nuovissima “Enciclopedia dell’arte Zanichelli” (di cui avremo occasione di riparlare): «Lavorando sulle sollecitazioni percettive e sensoriali», Bartolini «realizza installazioni che pongono lo spettatore al centro dell’opera inducendo effetti di emozione e spaesamento».

Per saperne di più:
La mostra è accompagnata da un catalogo italiano/inglese delle edizioni Hopefulmonster, con testi critici di João Fernandes (direttore del Museu de Serralves di Porto), Joseph Rykwert e di Laura Cherubini.

Orario: 9-19 tutti i giorni, chiuso lunedì.
Ingressi: € 7,50 ridotto € 4,00
Info: tel. 011-4429518

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Rita Rutigliano


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